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01.09.2021

Un insegnamento dall'isola di Pasqua

 

 

La storia dell’isola di Pasqua è un monito a rispettare il pianeta, anche se potrebbe essere diversa da quella che crediamo.

Quando si parla di cambiamenti climatici e delle attività umane che sono dannose per gli ecosistemi, si fa spesso riferimento alla misteriosa fine degli abitanti dell’Isola di Pasqua. Secondo una teoria piuttosto diffusa, la sua popolazione consumò avidamente tutte le risorse naturali di cui disponeva, ignorando che fossero limitate, e si condannandosi a una fine certa. Ma quanto di ciò corrisponde alla realtà storica?

Gli studiosi di archeologia e antropologia, la scienza che studia i comportamenti umani, hanno sostenuto l’idea dell’ecocidio, cioè della distruzione dell’ambiente naturale, basandosi su delle ipotesi legate ai misteriosi Moai. Le grandi statue di tufo dalle fattezze antropomorfe arricchiscono i paesaggi di Rapa Nui, questo il nome dell’isola in lingua locale che significa Grande Roccia, e hanno da sempre alimentato una profonda fascinazione nei confronti dell’isola, fin dai primi esploratori europei capitanati dall’olandese Jacob Roggeveen che vi approdarono il giorno di pasqua del 1722.

 

 

 

Secondo questa teoria, sostenuta anche dal famoso antropologo e premio Pulitzer Jared Diamond, opere tanto ambiziose non potevano essere il frutto della popolazione di poche migliaia di abitanti censita dai missionari nel XIX secolo, e che un tempo doveva essere stata ben più numerosa e ricca. La causa della fine della civiltà pasquense potrebbe essere stata proprio la costruzione delle enormi statue che, lavorate nelle cave vulcaniche, sarebbero poi state trasportate su tronchi d’albero fino ai luoghi dove si trovano ora per onorare gli antenati. Gli isolani avrebbero così a poco a poco distrutto la lussureggiante foresta di palme che ricopriva l’isola, lasciando esposta alle intemperie una terra sempre più brulla e sempre meno produttiva. Questo avrebbe provocato carestie, fame e guerre tra le varie tribù. A testimonianza delle lotte sarebbero rimasti moltissimi frammenti triangolari in ossidiana, un materiale vulcanico vetroso e molto tagliente, forse armi sparse un po’ ovunque nell’isola.

 

La teoria dell’ecocidio è raccontata dal famoso antropologo Jared Diamond nel libro “Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere”. Clicca qui per guardare il suo TED talk (in inglese con sottotitoli in italiano).

 

Come spesso succede nella storia della scienza, la ricerca sul campo può portare alla formulazione di nuove ipotesi e alla smentita di precedenti teorie. In questo caso vari studi di diverse discipline, archeologia, geologia, paleontologia e antropologia, invitano a ripensare alle interpretazioni che sono state date dei diversi reperti, e perfino della funzione stessa delle famigerate statue.

Due archeologi  famosi, Carl Lipo e Terry Hunt, hanno ipotizzato che per trasportare i Moai non fossero stati utilizzati tronchi d’alberi ma un sistema di corde e leve che permettesse alle statue di avanzare in equilibrio verticale oscillando sul loro basamento tondeggiante. Questa ipotesi concorderebbe anche con la leggenda degli isolani che riporta che le statue “camminarono” fino al mare.

 

 

 

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Uno studio recente ha inoltre individuato che tutti  i Moai sorgono in corrispondenza delle sorgenti di acqua dolce, fondamentali per l’attività agricola nell’isola. È stato ipotizzato che invece di causare deforestazione e carestie, la loro costruzione abbia in realtà aumentato la resa agricola dei terreni, grazie ai fertilizzanti naturali offerti dai materiali vulcanici provenienti dalla cava. Questo inoltre porterebbe ad ripensare alla società di Rapa Nui come basata sulla collaborazione e condivisione delle risorse e non costituita da tribù in guerra, tant’è vero che nell’isola mancano di resti di fortificazioni, a differenza di quanto rinvenuto in altre isole del Pacifico.

 

 

 

Anche la funzione dei frammenti di ossidiana andrebbe reinterpretata alla luce di confronti con altre civiltà: generalmente le armi sono tutte della stessa forma, ottimizzata e il più possibile funzionale all’obiettivo di ferire il nemico. Questi artefatti, chiamati Mata’a, hanno invece forme varie e sarebbero stati delle pessime armi. È più plausibile che fossero parte di attrezzi multiuso, strumenti adoperati quotidianamente in agricoltura, in cucina o per tatuaggi rituali.

Sono moltissimi gli studi che possono venire in aiuto nel cercare di ricostruire la fine di questa civiltà: una ricerca sui resti archeologici può rivelare perfino le abitudini alimentari degli abitanti. Contrariamente a quanto sostenuto nell’ipotesi del collasso ambientale, nuovi studi hanno dimostrato che la dieta dei pasquensi non dipendeva esclusivamente dall’agricoltura, ma che invece fosse l’attività della pesca a fornire agli abitanti la maggior parte del cibo, oltre all’allevamento di pollame. Inoltre si ritiene che la coltivazione di patate dolci, taro, banane e gelso da carta fosse supportata all’uso di fertilizzanti naturali per concimare il terreno, e degli studi hanno stimato che gli abitanti avessero un sistema di sostentamento sostenibile e in linea con le capacità produttiva dell’isola.

 

 

 

 

Ma perché allora gli abitanti di Rapa Nui non sopravvissero? Più che una catastrofe improvvisa è possibile che abbiano subito una fine più lenta e con diverse concause indipendenti dalla loro volontà. Responsabile del declino ambientale sarebbe stato il ratto polinesiano, specie aliena importata sull’isola, che si sarebbe riprodotta a dismisura in assenza di predatori decimando le palme tropicali dei cui semi si nutre. Questo fatto unito ad ondate di siccità avrebbe compromesso il fragile equilibrio naturale minacciando le risorse, ma è molto probabile che furono proprio i primi coloni europei a causare la diffusione di malattie con le quali gli isolani non erano mai entrati in contatto e di cui non possedevano anticorpi per difendersi, similmente a come accadde per le civiltà precolombiane che abitavano l’America Latina.

Permangono molti interrogativi riguardo l’Isola di Pasqua e forse non bastano alcune ricerche per “chiudere il caso”. Anche qualora non sia stato l’incauto sfruttamento dell’ambiente a causare il declino degli antichi abitanti di Rapa Nui, la loro storia ci insegna ugualmente ad aver cura dell’ambiente. Malattie, cambiamenti climatici e specie aliene possono ancora mettere a rischio la sopravvivenza della specie umana sul pianeta Terra, la nostra piccola isola abitata dell’Universo.

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