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21.05.2021

Minoranze che cambiano il mondo

 

 

In un articolo pubblicato nel 2019 su BBC Future, il giornalista David Robson espone una tesi semplice quanto sorprendente: la lotta non violenta ha maggiori probabilità di generare dei cambiamenti sociali rispetto alle rivoluzioni e agli scontri armati, anche se coinvolge una ristretta minoranza di persone.

Robson abbraccia gli argomenti di Erica Chenoweth, politologa americana conosciuta per i suoi studi sulla disobbedienza civile (tra cui Why civil resistance works: the strategic logic of non violent conflict, del 2011), che dimostrano come la non violenza sia non soltanto un valore morale, ma anche una scelta strategicamente molto efficace per ottenere delle effettive trasformazioni nella società, che si tratti di cambi di regime o di allargamenti dei diritti civili.

Anche se può apparire controintuitivo, il confronto tra i risultati di proteste violente e quelli di azioni non violente è decisamente a favore di queste ultime, che secondo i calcoli di Chenoweth hanno ben il doppio delle probabilità di successo. Le ragioni sono molteplici: alle campagne non violente possono partecipare persone appartenenti a una più ampia fascia demografica, che possono fornire alla causa un sostegno diffuso invece che concentrato in singoli episodi di sfida alle autorità costituite; inoltre questo tipo di azioni non richiede l’uso di armi ed esclude dunque molte difficoltà logistiche legate ai rifornimenti, e per lo stesso motivo ha maggiori probabilità di ottenere l’appoggio delle stesse forze di polizia.

In particolare, la studiosa ha rilevato che la soglia di partecipazione correlata ad azioni davvero incisive è piuttosto bassa: una volta che il 3,5% circa dell’intera popolazione inizia a lottare attivamente per una causa, un buon esito sembra essere assicurato.

Basta dunque una ristretta minoranza non violenta, ma determinata e motivata, per cambiare il mondo.

 

Leggi l’articolo completo in lingua originale:

 

 

 

 

Spunti di riflessione

 

Le proteste pacifiche sono al centro dell’azione politica di due grandi protagonisti del Novecento: il Mahatma Gandhi, che pone la resistenza passiva e il concetto di satyagraha (cioè la ferma fiducia nelle proprie convinzioni, considerata come una invincibile forza interiore) al centro delle lotte per l’indipendenza dell’India, e Martin Luther King, leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti.

Per approfondirli proponiamo per entrambi la lettura espressiva dei loro più significativi discorsi.

 

Le posizioni di Erica Chenoweth influenzano direttamente il movimento Extinction Rebellion, nato nel 2018 per chiedere ai governi azioni immediate per affrontare i cambiamenti climatici in corso e ridurre così il rischio di un’estinzione di massa, che riguarda l’uomo così come altre specie animali.

Gli studenti possono essere sollecitati a rintracciare sul sito ufficiale del movimento sia le sue principali richieste sia la filosofia di fondo che ne guida l’azione, nonché a scoprire quali iniziative concrete possono essere intraprese fin da subito, nell’ottica di una ribellione non violenta alla principale emergenza della nostra contemporaneità.

Un ulteriore approfondimento sui modi in cui ognuno di noi può iniziare a costruire un futuro più sostenibile è un contributo inserito tra i link dell’articolo di BBC Future, ovvero Ten simple ways to act on climate change. Per un aggiornamento alle vicende di più stretta attualità, può essere proposto alla classe anche il video del New York Times Come evitare la prossima pandemia, disponibile con sottotitoli in italiano sul sito di Internazionale.

 

Infine, per contestualizzare le proteste elencate in apertura nell’articolo di Robson, ovvero quella del movimento People Power che nelle Filippine degli anni Ottanta porta alla caduta del dittatore Marcos, e la cosiddetta “rivoluzione delle rose” che in Georgia nel 2003 rovescia l’ex funzionario sovietico Shevardnadze, suggeriamo due approfondimenti, rispettivamente in inglese e in italiano.

 

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