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09.04.2021

Il complicato mondo dell'informazione online

 

 

Negli ultimi 20 anni il mondo dell’informazione online (ma anche dell’informazione nel suo complesso) è cambiato drasticamente. Il web ha accolto tantissimi nuovi utenti facendo riemergere dinamiche sociali antichissime ma sviluppandone certamente di nuove e possibili solo grazie al digitale. Uno degli aspetti più controversi e che si sta manifestando con sempre maggior frequenza online è la viralità dell’informazione che porta con se l’ormai celebre categoria delle fake news.

 

Non solo fake news

 

Il termine “fake news” in realtà è fin troppo vago per definire i vari tipi di false informazioni online. È necessario, infatti, fare delle distinzioni precise perché oltre a definire cosa viene comunicato è importante capire il perché. Possiamo allora distinguere tra:

 

  • Dis-informazione: è un’informazione non autentica creata con l’obiettivo di arrecare danno a qualcuno. Ne fanno parte le informazioni false che screditano un particolare gruppo, i titoli “acchiappaclick” (clickbaiting) che hanno l’obiettivo di prendersi un click ingannando il lettore ma anche le notizie pseudoscientifiche del tipo “strano ma vero” dove la scienza pare dare conferma a teorie strampalate.
  • Mis-informazione: è un contenuto manipolato condiviso senza intenzione di fare del male. Ne fa parte la satira (ad esempio siti come Lercio e Infornare per resistere). Questa è un’attività sana e presente in ogni buona democrazia ma non va confusa con la realtà. Spesso la disinfomazione viene condivisa da persone vicino a noi ma in buona fede. Questo ci deve far riflettere e responsabilizzare rispetto a ciò che condividiamo online. Ne fanno parte anche gli errori in buona fede di giornali e fonti di informazioni ufficiali.
  • Mal-informazione: è un contenuto autentico ma diffuso per fare danno a qualcuno. Ne sono degli esempi i documenti trafugati da anonimi di Wikileaks o i casi di revenge porn.

 

Il mondo dell’informazione è cambiato, come abbiamo detto. Già dal 2004 su internet cominciano ad affacciarsi blog d’opinione e siti che rendono più variegato lo scenario informativo digitale. Infatti improvvisamente per dire la propria sul web e arrivare potenzialmente a migliaia di persone bastava una connessione alla rete. Era nato il web 2.0. A livello tecnologico però il vero punto di svolta è stato l’arrivo degli smartphone con fotocamera e connessione a internet. Questo è apparso evidente durante gli attentati di Londra del 2005 quando dei semplici cittadini hanno condiviso foto e video con i giornali. L’iter classico dell’informazione ha saltato un quel momento un passaggio. In quel caso gli inviati sono arrivati più tardi dei cittadini e da qui nasce anche il termine citizen journalism. Quel che restava del vecchio modo di fare informazione era comunque la presenza di un giornale a fare da mediatore tra la fonte e il lettore. Nel 2009, con l’avvento dei social network non sarà più così e sarà evidente nel momento in cui un volo di linea precipita nel fiume Hudson a New York. Incredulo per l’accaduto, un cittadino ha pubblicato una foto in diretta sul proprio profilo Twitter battendo sul tempo televisione e giornali. Il concetto veramente rivoluzionario qui è come sui social media, infatti, ognuno possa diventare media. Ognuno di noi, infatti, ha accesso a dati, fonti e soprattutto a strumenti di diffusione potentissimi. Questa moltitudine di voci insieme alla naturale tendenza di noi esseri umani a riunirci in gruppo attorno ad idee e valori comuni, sia offline che online, ha favorito il nascere delle cosiddette echo chambers o bolle informative. Quando ognuno si confronta online solo con il proprio gruppo di appartenenza è molto difficile imbattersi in approcci e visioni diverse riguardo alla stessa notizia. Le sensazioni e le idee di ognuno trovano allora sempre una conferma nelle notizie condivise dalla bolla in cui siamo rinchiusi, rafforzando ancora di più quelle opinioni. Questo meccanismo è anche detto “polarizzazione” e spesso sfocia nello scontro violento tra idee e ideologie diverse e radicalizzate. Gli scontri possono anche essere violenti a livello verbale (hate speech) o nei peggiori casi anche tramutarsi in vere e proprie sommosse nel mondo offline, basti guardare, ad esempio, al caso della Primavera Araba.

 

Dove tutti hanno una voce c’è anche il rischio che razzismo e sessismo si diffondano molto velocemente, come è avvenuto con il caso Gamergate del 2014. In questo scenario già molto complesso dal punto di vista sociologico, ci si mette anche la tecnologia a imbrogliare le carte con la potenza degli algoritmi dei grandi colossi dell’industria che guida ciò che vediamo online. In ottica puramente attinente alla sfera del marketing, quando scorriamo le notizie in un social network o ci serviamo di strumenti di ricerca per navigare, capiterà di imbatterci in pagine e articoli più vicini al nostro modo di pensare che non opposti. Questo banalmente perché visualizzare cose che ci interessano aumenta il nostro tempo di permanenza nella pagina o nell’articolo. Ed ovviamente è un problema, perché limita la nostra conoscenza delle varie sfaccettature di un problema e, più ingenerale, limita la consapevolezza della realtà che ci circonda.

 

Ormai la visione dell’online come mondo meno reale di quello offline è stata superata, anche a causa anche di casi come quelli delle elezioni americane del 2017, macchiate dalla disinformazione diffusa online da una fabbrica di troll russi, o la vendita di dati sensibili degli utenti vista con Cambridge Analytica. Cosa può fare una persona che voglia informarsi correttamente in questa giungla informativa?

 

Il metodo per una corretta informazione

 

Un metodo per verificare le fonti digitali è ad esempio quello individuato da Dataninja, azienda italiana impegnata nella diffusione della cultura dei dati come guida verso un’informazione più consapevole. Hanno definito il loro metodo con una sigla (TAG) che sta per trova, analizza, guardati intorno.

 

Trova: innanzitutto il primo passo da fare quando ci si trova di fronte ad una notizia e guardare alla fonte. Possiamo iniziare dal nome del sito che riporta la notizia. Capita che a volte il nome sia ingannevole, cercando di replicare quello di giornali o siti famosi. Può capitare quindi di ricondividere una notizia riportata dal Fatto Quotidaino, simile nel nome ma ben diverso dal Fatto Quotidiano. Un’altra domanda utile che possiamo farci e chi ci sia dietro a questo sito? Per svelare il mistero uno strumento utile è la pagina whois.domaintools.com che permette di trovare chi ha registrato il dominio online per una determinata pagina. Quando il nome di questa persona non è riportato è bene farsi un paio di domande sull’attendibilità del sito.

 

Analizza: un buon giornalista è tenuto ad esplicitare le fonti da cui attinge per il proprio articolo. Non è un buon segno quando una fonte non viene riportata. Bisogna fare attenzione a tante cose quando si legge un articolo: dati, dichiarazioni, numeri. A volte il diavolo è nei dettagli. Il lavoro di verifica potrebbe però diventare veramente complicato. Per fortuna vengono in aiuto ai lettori le cosiddette black list, ovvero le liste nere dei siti di cui è meglio diffidare. Le più famose in Italia sono presenti sulle pagine di Butac.it e Bufale.net. mentre a livello internazionale consigliamo il sito di fact-checking Snopes.com. Queste liste sono redatte da professionisti ma rispettano comunque dei criteri soggettivi, per questo le blacklist possono essere un’utile indicazione ma vanno comunque prese con le pinze

 

Guardati intorno: cosa dicono altri siti riguardo alla notizie. Chi ne parla e come? Se una notizia viene condivisa solo da siti poco affidabili è probabile che sia una bufala. Anche i grandi giornali però non sono esenti da errori. Per questo è buona norma confrontare più fonti tra loro.

 

 

La disinformazione e i meme

 

 

Spesso pensiamo che la disinformazione si diffonda solo su siti internet o su lunghi articoli di Facebook e Twitter. Esiste però un altro modo molto più rapido e immediato in cui le notizie false circolano e si diffondono: i meme.

Il termine è stato usato per la prima volta da Richard Dawkins in ambito biologico in contrapposizione al gene. Per lui il meme nella sua accezione originaria sarebbe un’idea facilmente diffondibile che nel processo di propagazione simula i meccanismi di replicazione del Dna. Lo stesso concetto biologico infatti può essere anche applicato ai meme che circolano online. Limor Schifman li definisce come unità di contenuto digitale che si diffonde velocemente con diverse repliche fino a diventare esperienza culturale condivisa. Possono presentarsi in molte forme diverse: come immagini sempre uguali corredate da grandi scritte (le macro, cambiate a discrezione dell’utente a seconda del messaggio che vuole mandare); come hashtag, ovvero termini brevi ma riconoscibili usati soprattutto su Instagram, Tik Tok e Twitter; come GIF ovvero brevi spezzoni di video montati ad hoc per creare un determinato effetto o passare un certo messaggio ma anche veri e propri video più lunghi. Nati per la condivisione di contenuti divertenti ma anche come strumento di marketing sono negli ultimi anni diventati anche veicolo di disinformazione, soprattutto in campo politico. Per loro stessa natura i meme sono estremamente eterogenei tra loro visto che tantissimi replicano lo stesso concetto declinandolo però in forme diverse. Un meme per essere tale non deve solo essere virale ma il suo contenuto deve essere modificabile da altri utenti (proprio come i geni nel DNA nelle sue replicazioni e mutazioni, per dirlo alla Dawkins). Per questo è difficile risalire alla fonte originaria di un meme ma c’è una pagina che può essere molto utile a riguardo e si chiama knowyourmeme.com. Il sito contestualizza ogni meme nel database, spiega come è nato e come è stato usato. Tanti, infatti, sono nati in modo del tutto innocente ma hanno subìto un processo di risignificazione da parte di chi li usa. Pepe The Frog ad esempio è diventato un meme utilizzato soprattutto dall’estrema destra americana ma anche dai protestanti di Hong Kong, pur essendo nato come cartone per bambini. I meme non vanno sottovalutati a livello informativo perché sono quasi sempre molto più veloci e virali di tanti altri tipi di disinformazione.

 

Attività

 

1) Dividete la classe in gruppi poi andate sul sito del ministero della salute dedicato alle fake news e scegliete un argomento. Trovate poi un articolo che sostiene quella tesi.

  • Trova la fonte. Qual è il sito?
  • Secondo te questo sito è affidabile? Come possiamo saperlo?
  • Quali persone parlano nell’articolo? Sono reali? Le affermazioni riportate sono corrette?

 

2)  Scegliete un meme a testa. Costruite su quella base una notizia o concetto appartenente alla categoria dis-informazione, mis-informazione o mala-informazione.

  • Quale meme avete scelto?
  • Perché è nato secondo voi?
  • È inoffensivo o può danneggiare qualcuno?
  • Create un contro-meme che vada a smontare il vostro e che possa diffondere una informazione corretta. Meglio ancora se in modo divertente!