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01.09.2021

Michetti, il pittore che ispirò D’Annunzio

 

 

Il pittore e fotografo Francesco Paolo Michetti (1851-1929) fu legato a Gabriele D’Annunzio (1863-1938) da una profonda amicizia e da un comune sentire artistico, che li condusse entrambi a rappresentare in una dimensione epica i caratteri più viscerali e misteriosi delle tradizioni della loro terra d’origine, l’Abruzzo.

Nato a Tocco da Casauria (Pescara), dopo i primi studi a Chieti Michetti si formò in ambito napoletano con il maestro Domenico Morelli, entrando in contatto con figure di spicco come Edoardo Dalbono, Filippo Palizzi e Giuseppe De Nittis; nel 1872 approdò per la prima volta al prestigioso Salon di Parigi su invito del mercante Friederich Reutlinger, suscitando l’interesse del pubblico internazionale e di altri importanti esponenti del mercato dell’arte come Goupil e Seeger.

Nel 1883 la presentazione all’Esposizione Internazionale di Roma del dipinto Il Voto, raffigurante con profondo verismo la festa di San Pantaleone a Miglianico e acquistato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, segnò la consacrazione dell’artista, che in questi anni aveva innestato sul realismo della sua formazione toni ancestrali e visionari e il gusto per i temi folklorici.

Guarda il video dedicato a Francesco Paolo Michetti:

 

 

Stabilitosi a Francavilla al Mare, Michetti instaurò uno stretto rapporto con il giovane Vate, che entrò ben presto a far parte del circolo di artisti e intellettuali gravitanti attorno al pittore nella sua residenza detta “il Conventino”, un antico convento divenuto un sofisticato ritrovo di menti brillanti.

Già nel 1882, lo stesso anno in cui Michetti aveva illustrato le poesie del Canto Novo di D’Annunzio edito da Angelo Sommaruga, nella novella Campane lo scrittore mostrava, nella figura immaginifica della fanciulla “abbracciata a un mandorlo” di aver recepito e rielaborato suggestioni provenienti dall’opera Guardianella di tacchini (1876, oggi in collezione privata), dipinta da Michetti con la sua peculiare pennellata svelta e vibrante.

Insieme allo studioso Antonio De Nino, esperto di cultura locale, e allo scultore Costantino Barbella, i due amici visitavano i luoghi più remoti del territorio abruzzese, apprendendone le usanze popolari e i caratteri più autentici. Da queste esplorazioni traevano documentazione e ispirazione per la propria arte, che per Michetti, ben lungi dall’essere ancorato alla tradizione nonostante la sua vita ritirata, significava anche sperimentazione fotografica e cinematografia, una passione che lo portò tra 1923 e 1925 a realizzare uno dei primi lungometraggi, intitolato Volti d’Abruzzo.

D’Annunzio, alla cui affermazione avevano contribuito non poco gli scritti di apprezzamento del conterraneo pittore, gli dedicò i suoi romanzi Il Piacere (1889), che vide la luce proprio tra le mura del “Conventino”, e il Trionfo della morte, del 1894.

La genesi della tragedia dannunziana La figlia di Jorio è l’episodio più noto di questo sodalizio: nel 1903, non appena conclusa la scrittura, il letterato dichiarò in una missiva all’amico di aver tratto ispirazione diretta dal suo monumentale dipinto con lo stesso titolo del 1895, premiato alla prima Biennale di Venezia e oggi conservato presso il Palazzo della Provincia di Pescara; Michetti realizzò scenografia e costumi per la prima rappresentazione dell’opera, tenuta a Milano nel 1904.

Molti anni più tardi, in un’intervista del 1921, forse per ridimensionare il “debito” nei confronti della scena michettiana, lo scrittore raccontò di come entrambi fossero stati letteralmente folgorati da un episodio a cui avevano assistito a Tocco da Casauria: l’irruzione di una “donna urlante, scarmigliata, giovane e formosa, inseguita da una torma di mietitori…”, una rievocazione di un rito pagano propiziatorio di fertilità legato alla mietitura, che i due artisti seppero elevare alla valenza universale del mito.

Clicca qui per guardare il video dedicato al restauro de La figlia di Jorio:

 

 

 

Approfondimento

La città di Francavilla al Mare ha dedicato a Francesco Paolo Michetti un Museo e una Fondazione promotrice di un Premio Nazionale di Pittura, istituito nel 1947 per onorare la sua memoria: si tratta della rassegna artistica italiana più longeva dopo la Biennale di Venezia.

In oltre settant’anni di storia il Premio Michetti ha richiamato molti grandi protagonisti del panorama artistico nazionale e internazionale, sin dalla prima edizione, dedicata al tema del “paesaggio italiano”, che vide la partecipazione tra gli altri di Filippo de’ Pisis, Tommaso Cascella e Virgilio Guidi.

L’intento è stato ed è ancora oggi quello di valorizzare la realtà artistica locale e al tempo stesso di guardare alle correnti e ai movimenti più rappresentativi di ogni stagione, in Italia e all’estero, anche associando spesso al Premio esposizioni e rassegne.

La manifestazione è curata da storici e critici d’arte di primo piano e dedicata ogni anno ad un tema diverso, legato spesso all’attualità: emblematici per comprendere lo spirito dell’iniziativa sono il titolo della 69° edizione (2018) a cura di Renato Barilli: “Che arte che fa oggi in Italia” oppure, guardando più indietro, il Premio del 2001 a cura di Angela Vettese dedicato all’arte sulle due sponde adriatiche, in un rapporto dialettico tra artisti italiani e balcanici, in particolare provenienti da paesi della ex-Jugoslavia.

Il Museo conserva tra le numerose opere un Ritratto di Gabriele D’Annunzio a carboncino di mano del maestro abruzzese, datato 1895.