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21.05.2021

La passione alchemica del Parmigianino

 

 

Avendo cominciato a studiare le cose dell’alchimia, aveva tralasciato del tutto le cose della pittura…

 

Così Giorgio Vasari, nella seconda edizione delle Vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani attribuisce all’ossessione per l’alchimia – un sapere teorico-pratico di origine ellenistica, legato alla trasformazione dei metalli e in particolare alla loro trasmutazione in oro – la causa di una sorta di follia che aveva colto Francesco Mazzola detto “Il Parmigianino” (1503-1540), che “…se non avesse lavorato a capriccio et avesse messo da canto le sciocchezze degl’alchimisti, sarebbe veramente stato dei più rari et eccellenti pittori dell’età nostra”.

Il Parmigianino è considerato uno degli maggiori esponenti del Manierismo, sensibilità artistica affermatasi dai primi decenni del Cinquecento come esasperazione dalla Maniera, al cui ideale di classica armonia si oppone un’arte dominata da spiritualità tormentata, virtuosismo formale ed erudita complessità di contenuti.

In entrambe le edizioni delle Vite (1550 e 1568) il Vasari relega la passione del pittore per l’alchimia all’ultima fase della sua esistenza, quella in cui, a partire dal 1531 e per ben nove anni, si dedica con incessante ricerca di perfezione all’affresco nella chiesa della Steccata di Parma raffigurante Le vergini sagge e le vergini stolte, tema evangelico reso con estrema raffinatezza e originalità.

Nell’impresa decorativa il Parmigianino si occupa anche della doratura dei rosoni in legno, un procedimento alchimistico che comporta l’uso del mercurio, materiale altamente tossico ma che ha il pregio di combinarsi con l’oro: è probabile che la reale causa del precoce deperimento fisico e mentale dell’artista, sino ad una morte prematura nel 1540, sia stata proprio l’avvelenamento da mercurio.

Il talentuoso pittore aveva mostrato sin dagli esordi curiosità per i temi ermetici, legati a testi esoterici attribuiti a Ermete Trismegisto (ritenuto il padre dell’alchimia), e già aveva utilizzato sofisticate simbologie nei sottarchi della chiesa benedettina di San Giovanni Evangelista a Parma, entro il 1522: potrebbe esser stato proprio il colto ambiente benedettino, caratterizzato dall’interesse per diverse correnti filosofiche oltre che da uno spiccato gusto per i simboli e gli emblemi, il suo primo punto di contatto con l’alchimia.

Nel 1524 lo ritroviamo alla corte dei Sanvitale di Fontanellato, in cui la raffinata cerchia umanistica di intellettuali dagli interessi ermetici e neoplatonici è collegata anche ad istanze di religiosità riformata, che si riscontreranno lungo tutto il percorso artistico e biografico del Parmigianino.

Sulla volta della “stufetta” nella Rocca Sanvitale il Mazzola affresca lo splendido ciclo delle Storie di Diana e Atteone, un tema tratto dalle Metamorfosi di Ovidio in cui, nella trasformazione in cervo del cacciatore Atteone, è possibile cogliere un riferimento al processo che si svolge all’interno dell’alambicco alchemico. Anche nel coevo Ritratto di Galeazzo Sanvitale la medaglia nella mano del protagonista, reso con astrazione quasi araldica, riporta il numero 72, soggetto a una varietà di interpretazioni simboliche ermetico-alchemiche.

Guarda il video per un’analisi stilistica e iconografica dell’affresco di Fontanellato:

 

L’alchimia rientra del resto anche tra i molteplici interessi della colta corte fiorentina dei Medici, attorno alla quale gravita l’attività artistica del Vasari; come mai allora il biografo la etichetta in modo così negativo, addirittura trasferendo – nella seconda redazione delle Vite – in una fase più tarda anche l’eccellente attività di incisore all’acquaforte del Parmigianino, in verità iniziata sin dal soggiorno romano (1524-1527), probabilmente proprio per l’affinità tra il processo chimico di incisione della lastra e quello alchemico?

È possibile che il Vasari abbia inteso ridimensionare nella vita e nell’opera del pittore, per quanto possibile, soprattutto l’ombra di un legame con istanze spirituali eterodosse e filosofie pagane che potevano, specialmente con la Controriforma in atto dalla conclusione del Concilio di Trento, far tacciare la sua arte di eresia, e di riflesso anche lo stesso Vasari, che non aveva nascosto il suo apprezzamento per il Parmigianino.

 

 

Attività

 

L’ambiente artistico in cui inizia la vicenda artistica del Parmigianino, quello della Parma di primo Cinquecento, è dominato da un altro pittore di primissima grandezza: Antonio Allegri detto “Il Correggio”. I due artisti lavorano entrambi nella chiesa abbaziale di San Giovanni Evangelista; nell’affresco di Fontanellato il Parmigianino mostra la conoscenza del capolavoro correggesco della Camera di San Paolo, pur prendendo una direzione completamente diversa da quella del più maturo collega.

Guarda il video dedicato alla mostra Correggio e Parmigianino. Arte a Parma nel Cinquecento per vedere alcune opere dei due artisti a confronto: