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01.09.2021

Epidemie dell'impero: la peste antonina

 

 

Tutti sappiamo che quella che stiamo vivendo non è la prima pandemia che l’umanità si è trovata a dover affrontare, anche se è forse la prima volta che viene colpita la totalità del mondo. L’occidente è stato toccato da numerose malattie fin dall’antichità e ha dovuto fronteggiare molte epidemie. Una delle più celebri, oltre alla peste di Atene del 430 a.C. e a quella di Giustiano di mille anni dopo (scoppiò intorno al 541 d.C. e durò quasi 200 anni), fu la peste antonina che colpì gravemente l’impero romano nel II secolo d.C.

Non si trattava però della stessa malattia che ha dilagato durante il medioevo. Infatti il termine “peste” (λοιμóς/pestilentia) veniva utilizzato in modo generico dai latini e dai greci per indicare una grave condizione di salute caratterizzata da febbre e altri sintomi che portavano a un alto rischio di mortalità. Grazie alla descrizione minuziosa che fece Galeno, uno dei medici più famosi dell’epoca, sembra che quella che fu chiamata peste antonina fu un’epidemia di vaiolo o morbillo, malattie che all’epoca mietevano molte vittime.

Ma come scoppiò e dilagò il morbo? Ci sono alcune leggende sul primo contagio ma sembra certo che i primi segni di questa malattia comparvero presso l’esercito romano dopo l’assedio di Seleucia, la città dei Parti, tra il 165 e il 166 d.C. I Parti erano una popolazione della Mesopotamia che ha dato molto filo da torcere ai romani. Per secoli Roma aveva tentato di imporsi in quell’area ma senza grande successo. Fu Lucio Vero, all’epoca co-imperatore con Marco Aurelio, che condusse una nuova campagna contro i Parti. Ma quando le truppe entrarono a Seleucia per saccheggiarla, oltre ai tesori depredati, riportarono in patria anche una malattia mortale. Si diffusero alcune voci sul contagio: per alcuni la colpa era da dare a un soldato che aveva depredato il tempio di Apollo, per altri era stato Lucio Vero che aveva profanato una tomba.  Fatto sta che ormai l’epidemia era dilagata nell’esercito romano.

Della peste antonina si hanno più testimonianze rispetto ad altre epidemie antiche perché la malattia colpì inizialmente l’esercito e si intrecciò con due conflitti: la guerra partica e la guerra contro gli invasori Marcomanni, ad Aquileia. Questo fu il primo grande focolaio d’Italia e la malattia si diffuse nell’esercito tra il 168 e il 169. Per fortuna Galeno si trovava lì: Marco Aurelio lo aveva chiamato sia quando la malattia arrivò a Roma, sia durante il conflitto ad Aquileia. Siccome questo medico è stato il testimone più importante dell’epidemia, la malattia viene anche detta peste di Galeno.

Ma chi era Galeno? Era un medico greco così famoso all’epoca che le sue teorie in campo medico durarono per tredici secoli. Grazie alle sue doti fu al seguito di quattro imperatori e fece importanti scoperte scientifiche, studiando assiduamente l’anatomia degli animali. Arrivò a capire che ogni organo aveva una funzione specifica, come per esempio i reni che producono l’urina, e che era il cervello a regolare tutto. A lui si deve anche il consolidamento della teoria dei Quattro Umori, introdotta da Ippocrate, che ebbe grande successo in epoca medievale.

 

 

Purtroppo non tutte le scoperte di Galeno erano corrette e i suoi errori rimasero sui libri di medicina e anatomia per secoli. La medicina romana, anche se era una delle più evolute dell’epoca, non aveva ovviamente le conoscenze che ha quella moderna: non si conoscevano, per esempio, non si conoscevano né i batteri né i virus, per cui le cause dei contagi erano spesso sconosciute. Le piante e gli elementi naturali erano alla base della medicina e venivano utilizzate con diverse funzioni: si usavano i fichi secchi contro la tonsillite o lo sterco d’asino misto all’aceto per cicatrizzare le ferite. Anticamente la ricerca delle erbe era affidata alle donne, ma con il passare del tempo, soprattutto in età augustea, si andò sempre più a delineare la figura del medico professionale. Si diffusero anche delle botteghe-ambulatori per curare i pazienti, sebbene il primo ospedale di Roma fu eretto intorno al 293 a.C. Era un tempio dedicato a Esculapio, venerato come dio della medicina, e fu edificato sull’isola Tiberina, dove ora sorge un ospedale moderno, il Fratebenefratelli. È ai romani che si fa infatti risalire la costruzione di ospedali pubblici.

Come finì invece con la peste antonina? Sicuramente la medicina romana non fu in grado di controllare il contagio e si stima che durò per decenni e che morirono tra i 5 e i 30 milioni di persone. Nel periodo in cui la malattia invase l’impero, durante il regno di Marco Aurelio, furono favorite iniziative di carattere religioso, promosse sia da parte di privati cittadini, che dal governo. Molti si affidarono alle superstizioni e ai rituali e lo stesso Marco Aurelio fece venire vari sacerdoti ad Aquileia per scongiurare il contagio. Numerose furono le conseguenze sul piano economico e militare, visto che a essere maggiormente colpito fin dall’inizio fu proprio l’esercito. Questo comportò una serie di riforme, tra cui l’annessione di alcune popolazioni germaniche nell’esercito, che ebbero grandi conseguenze. Non a caso per alcuni storici la peste antonina gettò le basi della futura crisi che avrebbe portato al crollo dell’impero.

 

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