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06.03.2021

Donne che rompono il silenzio: Clodia, Sulpicia e le avvocate

 

 

Sia nell’età repubblicana che in quella imperiale, poter frequentare la scuola di retorica costituiva per un giovane patrizio un passaggio obbligato per imparare a tenere discorsi pubblici e avere quindi accesso alla carriera politica e forense. L’oratoria era infatti considerata fondamentale per la formazione degli allievi destinati alle cariche più alte. L’arte della parola riguardava esclusivamente il mondo maschile, al genere femminile spettava il silenzio.

Tacere era una virtù ma anche un vero e proprio dovere. Emblematica è la figura di Tacita Muta, una divinità romana degli inferi, che veniva celebrata ogni 21 febbraio come dea del Silenzio. Ovidio, nei Fasti, racconta della sua storia e del suo culto, che si fa risalire a Numa Pompilio. Inizialmente era una ninfa di nome Lara, che Giove punì, tagliandole la lingua, per le continue dicerie che metteva in giro. Come se non bastasse, fu violentata da Mercurio mentre la conduceva nel regno dei morti: da lui ebbe due gemelli, i Lari, le divinità protettrici degli antenati. Lara fu punita perché aveva usato impunemente la parola e diventa Tacita, un simbolo del silenzio femminile e un monito per tutte le donne.

Era chiaro per tutti quali fossero gli spazi dedicati agli uomini e il tribunale, luogo dedito alla parola, spettava principalmente al genere maschile. Le donne vi accedevano come accusate o in veste di testimoni, ma era fuori discussione che potessero parlare per far sentire le proprie ragioni. Solo tre figure fanno eccezione: Mesia Sentinate, Afrania e Ortensia. È Valerio Massimo a riportare questi “cattivi esempi”, risalenti tutti intorno al I secolo a.C. Ma se per Mesia, che si era trovata costretta a difendersi da un’accusa, trova una giustificazione e di Ortensia parla quasi con rispetto, è su Afrania che si accanisce particolarmente. Quest’ultima era la moglie di un senatore ed era solita recarsi ogni volta che voleva in tribunale per esprimere la sua opinione sui processi e invadere provocatoriamente lo spazio degli uomini. Al contrario di Ortensia, che decise di prendere parola in difesa di tutte le donne schierate contro una tassazione ingiusta che i triumviri (Ottaviano, Antonio e Lepido) chiedevano loro, Afrania era una figura più scomoda: una donna che non solo prende la parola ma lo fa senza nessun motivo particolare, solo perché le va.

Sempre in un processo viene coinvolta un’altra figura molto particolare: si tratta di Clodia, la Lesbia amata dal poeta Catullo, che Cicerone, nella Pro Caelio, trasformò da testimone a imputata. Questa orazione è una delle principali fonti su di lei, oltre, ovviamente, ai carmi di Catullo. Nessuno dei due grandi autori latini resta però neutrale: uno perché geloso della donna (odi et amo), l’altro perché acerrimo nemico del fratello di lei, Clodio. Inoltre, proprio negli anni in cui incontra il poeta, più giovane di dieci anni, Clodia era una vedova libera. Dopo la morte del marito Cecilio Metello Celere, si era discostata dal modello della buona vedova che i romani esigevano: le matrone virtuose dovevano o suicidarsi o rimanere caste. Tutto il contrario di Lesbia, che aveva avuto numerosi amanti e aveva continuato a vivere a suo piacimento.

Catullo ce la racconta come una donna dissoluta e immorale, che più volte gli aveva spezzato il cuore. Ma ancora peggio fa Cicerone. Nell’orazione pronunciata nel 56 a.C. in difesa di Celio Rufo, accusato di corruzione, congiura e tentato omicidio, l’oratore si scaglia apertamente contro la donna. Cosa c’entra Clodia in questa storia? In quanto ex amante di Celio, era il principale testimone dell’accusa: l’uomo si era fatto prestare dei soldi da lei per l’esecuzione di un assassinio e quando lei aveva scoperto l’imbroglio, aveva tentato di avvelenarla. Cicerone, capovolgendo la situazione, accusa Clodia di intrattenere una relazione con il fratello e di volersi solo vendicare del suo vecchio amante e la descrive come una donna depravata che aveva avvelenato il marito. Dopo questa invettiva, Celio fu scagionato, mentre di lei non si hanno più notizie.

Sicuramente Clodia fu un personaggio fuori dagli schemi tradizionali, una donna che aveva deciso di vivere come voleva, per quanto le fosse concesso e, senza dubbio, non fu l’unica, anche se è tra i pochi nomi a noi pervenuti di matrone “libere” dell’epoca. Quando Cicerone parlava della corruzione dei costumi nel I secolo a.C. e della necessità di difendere il mos maiorum, le usanze degli antichi, probabilmente si riferiva anche a questo spazio che le donne patrizie si stavano pezzo per pezzo conquistando.

È proprio in questi anni di maggiore emancipazione che si colloca l’unica poetessa della latinità di cui abbiamo testimonianza: Sulpicia. Nata da una famiglia della buona società (suo zio era Valerio Messala, protettore del poeta Tibullo), era cresciuta nell’epoca di Augusto. In questo periodo la condizione delle donne cambiò molto perché fu loro concesso il divorzio e furono diminuite, in parte, le libertà del marito sulla moglie; in età repubblicana, invece, l’uomo aveva diritto di vita o di morte sulla donna se la sorprendeva a commettere adulterio o a bere vino. Proprio così, a bere vino.

Sulpicia è perciò l’unica donna di quell’epoca di cui possiamo sentire la voce diretta. Se la testimonianza delle avvocate e di Clodia viene riportata attraverso la lente degli scrittori latini, nei versi di Sulpicia si può tracciare la descrizione di una donna senza mediazioni maschili. Scrisse poesie d’amore per un giovane, Cerinto, di cui non si ha conoscenza, ma che sembrerebbe essere di un’estrazione sociale inferiore. La poetessa non vuole tenere nascosto questo sentimento (“Nasconderlo sarebbe vergogna assai più grave che svelarlo”), nonostante lo zio Messala si mostri contrario, e in un componimento espone tutta la sua passione per l’amante:

 

 

Luce mia, possa io non esser più
la tua ardente passione
come credo d’esser stata
in questi ultimi giorni se io,
in tutta la mia giovinezza,
ho mai commesso una sciocchezza,
di cui io possa confessare
di sentirmi più pentita,
quella di averti lasciato solo
la scorsa notte,
per volerti nascondere
il desiderio che ho di te

 

I suoi scritti sono gli unici che ci sono giunti prodotti da una donna romana in età classica. Tuttavia, non sono stati tramandati sotto il suo nome ma sono stati a lungo attribuiti a Tibullo. Come mai? Facile: le donne non avevano nessun canale per farsi conoscere. Questo ci riporta al mito di Tacita Muta e al rapporto che il genere femminile ha con la parola negata e il silenzio imposto. Sulpicia sembra rompere questa costrizione e dare voce da sola ai suoi stessi sentimenti.

 

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