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23.02.2021

Perché gli antichi greci non vedevano il blu?

 

 

 

Se dovessimo associare un colore al mare sembra automatico pensare al colore blu. Eppure non è sempre stato così: nei poemi omerici ciò non accade mai e il mare viene anzi accostato al colore del vino scuro (οἶνοψ πόντος), espressione molto ricorrente sia nell’Iliade che nell’Odissea. Stupisce il numero dei riferimenti cromatici in Omero: se il nero viene menzionato quasi 200 volte e il bianco 100, gli altri colori compaiono raramente. Il rosso viene nominato una quindicina di volte mentre il verde e il giallo meno di una decina. Il blu mai.

Come si spiega? Negli anni sono state fatte diverse ipotesi. Alcuni studiosi hanno addirittura pensato che Omero potesse essere daltonico, ma si è scoperto che in realtà nel greco antico non esisteva un termine specifico per indicare il colore blu. La cosa ancora più sorprendente è che, analizzando altri testi arcaici, è stato notato come anche in molti di essi ci sia una totale mancanza del “blu”: non viene menzionato né nelle saghe nordiche, né nelle antiche storie cinesi, né tantomeno nella Bibbia. Questa coincidenza non è casuale ma sembra dipendere dal fatto che il blu appare in una lingua sempre successivamente agli altri colori. Nei loro studi condotti negli anni Sessanta, due linguisti, Berlin e Kay, hanno trovato una spiegazione convincente. Osservando numerose lingue hanno individuato delle caratteristiche comuni: i primi due termini che venivano sviluppati in un linguaggio erano sempre il bianco e il nero, poi arrivava una parola per il rosso, a seguire il verde, il giallo e infine il blu. In base a queste scoperte sembra che le lingue moderne, quelle che hanno seguito vari processi evolutivi (ogni lingua evolve sempre nel corso del tempo, a eccezione di quelle morte che non vengono più parlate), abbiano più termini per indicare colori diversi. Le culture danno un nome ai colori in base a un ordine d’importanza ed è con l’evoluzione della lingua che si aggiungono nuovi termini cromatici.

A pensarci bene sembra un processo comprensibile: il bianco e il nero servono per distinguere due condizioni opposte, il chiaro e lo scuro/il giorno e la notte, mentre il rosso è il colore del sangue e del pericolo. Il giallo e il verde invece sono colori molto presenti in natura e servono per determinare la frutta e la verdura da mangiare. E il blu? Se ci facciamo caso il blu non è molto comune, sono pochi gli alimenti o gli animali di questo colore, e quindi ha una minore utilità rispetto agli altri.

 

 

Ma la spiegazione sul perché il greco antico non utilizzasse il termine blu non finisce qua. Se si pensa per esempio alle pitture rupestri, si nota che i colori che sono più presenti sono il nero e il rosso mentre il blu è raramente utilizzato. Infatti i primi due sono tonalità che si ricavano facilmente, mentre il blu è uno dei più difficili da creare per l’uomo. Gli unici in grado di farlo nell’antichità erano gli Egizi, che, appunto, avevano una parola per definirlo. Secondo alcune ipotesi, i colori prendono nome solo quando l’uomo riesce a riprodurli artificialmente e il blu non solo è raro in natura ma è anche difficile da ricreare.

Viene da chiedersi: ma i greci vedevano il colore blu? La risposta è complessa. Sicuramente erano in grado di vedere la nostra stessa gamma di colori perché il loro cervello aveva le stesse capacità visive, ma il fatto che non dessero un nome al blu cambia la percezione che avevano di esso. Quello che adesso chiamiamo blu per loro era una tonalità più o meno scura del nero o del verde. Ciò non vuol dire che non lo vedessero, ma senza una parola che lo identifichi e lo differenzi, era più difficile distinguerlo dagli altri. Se ci pensiamo, è una cosa molto comune. Finché non si dà o non si conosce il nome di una certa sfumatura, quella resterà facilmente associabile al colore simile più noto. Per esempio, se non ho consapevolezza dei termini per definire le diverse tonalità di rosso continuerò a chiamare rosso sia il pompeiano che il rosso ciliegia, mentre un esperto del settore saprà sicuramente cogliere le differenze. Questo si spiega perché semplicemente a me non serve saperli riconoscere mentre per chi lavora con i colori è estremamente importante.

 

Ci sono tutt’ora popolazioni che non riescono a individuare chiaramente il colore blu, come alcune tribù in Namibia, dove un ricercatore di nome Jules Davidoff si è recato per fare degli esperimenti.

 

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C’è un’ultima cosa da dire riguardo alla percezione che i greci avevano dei colori: per loro era importante saper distinguere non tanto le tonalità quanto le intensità. Lo dimostra uno scritto che il Medioevo attribuiva ad Aristotele, il Perì chromáton, in cui l’autore greco dedica alcuni capitoli all’analisi dei modi in cui il colore si mostra nella lucentezza, nella levigatezza e al contatto con i materiali. I greci avevano perciò una diversa classificazione cromatica, che teneva conto della luminosità, del rapporto tra luce e materia, della superficie delle cose.

Torniamo a Omero. Il termine greco per “blu”, κυάνεος, inizia a essere utilizzato con questa accezione cromatica a partire da Simonide (anche se non è ben chiaro se è da intendersi con il significato di “blu” o come “scuro”), che fu il primo ad associarlo al mare nel V secolo a.C., quindi ben tre secoli dopo l’Iliade e l’Odissea. Da quel momento inizia ad avere sempre più la valenza di “blu”, soprattutto a partire dal I secolo a.C., quando venne tradotto da Plinio il Vecchio nel latino cyaneus. Nei poemi omerici ricorre la parola κυάνεος ma con il significato di qualcosa di scuro che però mantiene lucentezza ed è per esempio riferito alla notte, ma anche ai capelli di Ettore, a evidenza del fatto che per i greci fosse più significativa la luminosità della tonalità di un colore. E che Omero non era daltonico.