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26.03.2021

Gli antichi greci e il rito del vino

 

 

Uno dei più famosi dialoghi di Platone, il Simposio, inizia con un discorso sul vino. Anzi, ancora meglio: inizia con l’ammissione, da parte di alcuni commensali, di avere ancora i postumi per il banchetto della sera precedente. Infatti, prima che inizi il dibattito e dopo aver mangiato e aver intonato un canto rituale, Pausania, uno dei personaggi dell’opera, ammette di non sentirsi affatto bene a causa del troppo vino del giorno prima. Chiede, perciò, di poter bere il meno possibile. Anche i più forti bevitori approvano questa richiesta e decidono di non darsi all’ubriachezza ma di bere morigeratamente perché accusavano tutti l’alcol della sera prima. Tutti tranne Socrate, ovviamente, che era il migliore nel reggere il vino. E forse era il migliore un po’ in tutto.

Perché Pausania deve chiedere di bere meno del solito? Quest’episodio descritto da Platone ci mostra come funzionavano i simposi. Il vino era sicuramente il protagonista di questi incontri perché il bere insieme era considerato un segno di intimità: l’alcol elimina i freni inibitori e permette un dialogo più sciolto. Per questo, chi non beveva non poteva partecipare al dibattito che si teneva dopo il banchetto. Tuttavia, mantenere la lucidità e la capacità di giudizio non solo era importante ma era una dote (e infatti Socrate non eccedeva mai), mentre ubriacarsi era considerato di cattivo gusto. Il simposiarca, il maestro delle cerimonie che veniva sorteggiato, aveva il compito di stabilire le regole, decidendo a suo piacimento quanto vino bere, quando farlo, in quali coppe e il suo livello di diluizione con l’acqua. Il vino andava sempre miscelato perché berlo puro era considerata un’usanza barbara, a causa dei suoi effetti negativi o una pratica dedicata solo agli dei. Questi ultimi erano gli unici in grado di reggerlo e fu proprio uno di loro, Dioniso, a insegnare agli esseri umani a diluirlo con l’acqua. Il simposio era perciò una bevuta in compagnia piena di rituali; ma era soprattutto un modo che permetteva alle persone di un certo ceto sociale di discutere di temi politici e filosofici.

Il vino aveva diverse proprietà per i greci, sempre se usato con moderazione, e secondo alcuni pensatori e poeti possedeva la virtù di mostrare la vera natura delle persone. Sembra che l’origine del famoso proverbio in vino veritas vada attribuito al poeta Alceo, noto amante di questa bevanda e dei simposi. Ma il vino ha un’altra prerogativa molto importante: quella di permettere alle persone di entrare in contatto con il divino grazie a uno stato di ebrezza. Solo in questo caso può essere giustificata l’ubriachezza. I riti dionisiaci, dedicati a Dioniso il dio del vino, erano ovviamente tutti all’insegna dell’inebriamento: sono descritti come dei cortei caotici di uomini e donne che, esaltati per l’effetto del vino, ballavano una danza dai ritmi ossessivi, riuscendo così ad avvicinarsi alla divinità. Ogni scusa era buona per darsi al bere!

Ma il vino non era l’unica bevanda che provocava alterazione. Molto usato era il ciceone, o kykeón, protagonista di un altro rituale ancora oscuro: i misteri Eleusini.  Rappresentano il mito del rapimento di Persefone e sono legati alla dea Demetra, madre della ragazza e divinità dei raccolti. Restano ancora segrete molte cose di questi riti perché gli iniziati avevano l’obbligo di mantenere il silenzio (prima regola del club!) ma pare che tutti dovessero bere il ciceone dopo un lungo digiuno e prima di essere ammessi alla conoscenza dei misteri. Questa bevanda provocava allucinazioni e visioni a causa di funghi o agenti psicoattivi che conteneva.

Cosa c’era in questa bibita? Nel mito di Demetra era una mistura composta solo di acqua, orzo e menta, senza l’aggiunta di vino. La dea infatti, dopo il rapimento della figlia, aveva digiunato per giorni finché non era giunta a Eleusi, dove le fu offerto un bicchiere di vino che lei rifiutò, preferendo il ciceone. Ruppe così il digiuno e fece edificare lì il suo santuario: ogni anno a settembre gli iniziati bevevano il ciceone, dopo essersi astenuti dal cibo come aveva fatto Demetra. Ma cos’è che dava loro queste allucinazioni? Alcuni studiosi sostengono che forse la fermentazione degli elementi provocava uno stato di ebrezza o forse veniva aggiunto del vino, che sicuramente dopo giorni di digiuno dava i suoi effetti. In realtà si parla di un kykeon a base alcolica nell’Iliade e nell’Odissea, ma pare che il termine si usasse per indicare una qualsiasi miscela, diversa da quella descritta nell’Inno a Demetra. Nei poemi omerici è una bibita ricostituente che veniva data agli eroi, a base di vino, miele, formaggio di capra e, ovviamente, orzo. Quest’ultimo si ricava dalla spiga, simbolo della dea Demetra e quindi dei Misteri Eleusini: sembra che venisse mostrata all’iniziato alla fine della rappresentazione. Chissà se le misture offerte agli eroi (il ciceone è anche quello che Circe fa bere ai compagni di Odisseo) non erano tutte varianti di una stessa bevanda dedicata inizialmente a Demetra.

 

 

Per approfondire, guarda i video:

  • La storia e le origini dell’alcol
  • La ricetta del kykeon e altre curiosità