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15.01.2021

Platone secondo Orson Welles

 

 

 

Il mito della caverna è uno dei più conosciuti e commentati nella storia della cultura occidentale. Il filosofo Platone si avvale di questo racconto per ragionare sulla natura della realtà e sulla condizione dell’uomo, in particolare in rapporto alla conoscenza. Il racconto viene narrato nel settimo libro della Repubblica, dialogo in dieci libri in cui viene sviluppata l’idea della necessità di un incontro tra filosofia e politica per porre fine ai mali della città e, in generale, della democrazia ateniese. Si tratta senz’altro di uno degli esempi narrativi filosofici più noti ed efficaci. Platone ha un’idea piuttosto precisa sul valore e sull’utilità che possono avere i miti: un racconto deve avere una finalità educativa e quindi comunicare verità più profonde e complesse. Una modalità narrativa può avere senso di esistere qualora sia capace di porre e di spiegare una verità filosofica.

Il mito si definisce più precisamente come un’allegoria, ossia come un racconto che oltre al suo significato letterale nasconde significati più profondi e complessi. Chi espone il racconto è Socrate, il protagonista dei dialoghi platonici, dal quale solitamente proviene la verità filosofica da imparare. Per ragionare sulla questione dell’educazione egli invita il suo interlocutore Glaucone ad immaginare una situazione ben definita, quella di un gruppo di uomini prigionieri in una caverna costretti fin dalla nascita a guardare il passaggio di alcune ombre proiettate su una parete. Alle loro spalle, ma invisibile agli occhi dei prigionieri, si trova un grande fuoco davanti al quale passano delle figure portate da alcuni uomini “burattinai”. I prigionieri non possono vedere altro che le ombre degli oggetti e l’eco delle voci degli uomini, ma proprio a partire da questi costruiscono la loro realtà fallace ed illusoria. Socrate poi invita il suo interlocutore a valutare una situazione eccezionale: che cosa succederebbe se a uno dei prigionieri fosse concessa la libertà? Il prigioniero innanzitutto sarebbe costretto a voltarsi rimanendo inizialmente accecato dalla luce del fuoco: questo gli impedirebbe di cogliere subito la reale natura delle ombre e quindi la falsità della sua precedente condizione nell’oscurità. Nel momento in cui il prigioniero viene portato fuori dalla caverna, il suo sguardo deve dunque adattarsi gradualmente alla luce del mondo reale: prima imparerà ad osservare le immagini delle cose, come sono riflesse, per esempio, nell’acqua; poi passerà alle cose stesse fino ad arrivare a guardare direttamente il Sole, che è la fonte principale di ogni visione. Una volta appresa la verità sul mondo reale il prigioniero vorrebbe tornare nella caverna con l’intenzione di liberare i suoi compagni di prigionia dalle ombre. Il compito del rinnovato prigioniero tuttavia non è per niente facile: non solo la sua vista non riuscirebbe più a tollerare l’oscurità della caverna, ma gli stessi prigionieri lo prenderebbero in giro per la sua nuova condizione e, qualora egli cercasse di costringerli a guardare in alto e a cogliere la verità dietro alle ombre, lo ucciderebbero.

 

Jan Saenredam – British Museum

 

Se le parole di un racconto e la descrizione precisa di immagini sono capaci di comunicare in maniera più suggestiva ed efficace un ragionamento filosofico, può essere interessante soffermarsi sulle potenzialità di un possibile incontro tra racconto filosofico e uno strumento comunicativo moderno come il cinema. Non è un caso che proprio il mito della caverna sia stato più volte oggetto soprattutto di animazioni cinematografiche: l’allegoria è ricca di immagini molto precise e dalla forte valenza simbolica, la cui componente visuale può essere ulteriormente arricchita proprio grazie a precise scelte grafiche ed estetiche tipiche del mezzo cinematografico.

 

 

L’adattamento con la voce di Wells

 

Un particolare adattamento è quello di una video-animazione  del 1973 firmata dal regista Sam Weiss, illustrata da Dick Oden, ma soprattutto con la voce narrante di Orson Welles, il celebre regista di Quarto potere. Il cortometraggio è una vera e propria illustrazione in movimento del noto mito della caverna: le figure stilizzate e rudimentali, a metà strada tra semplici manichini e profili tipici dei vasi della Grecia arcaica, mettono in scena le celebri immagini dell’allegoria platonica in un’atmosfera tribale, ma dal particolare effetto psichedelico.

 

  • Regia: Sam Weiss
  • Narratore: Orson Welles
  • Animazioni: Dick Oden

 

 

Dopo una breve sequenza introduttiva, Orson Welles inizia ad accompagnarci nel racconto: l’animazione e i movimenti della regia sembrano seguire fedelmente le parole del narratore e ci permettono quindi di visualizzare passo per passo i singoli elementi presenti nella caverna con l’obiettivo di definire la condizione dei prigionieri. Il racconto animato, seppur caratterizzato da un disegno molto rudimentale e stilizzato, si avvale di particolari scelte grafiche per raffigurare determinati elementi dell’allegoria con una valenza simbolica molto forte. Significativa quindi è innanzitutto l’attenzione estetica posta sugli effetti della luce, e di conseguenza la sua mancanza, sul prigioniero libero e sulla sua condizione. Di forte impatto visivo sono infine gli occhi degli uomini: il racconto si sofferma spesso sullo sguardo, anche con forti primi piani, in particolare in relazione proprio alla presenza o meno della luce.

Illuminazione e conoscenza, intesa come possibilità di vedere meglio le cose, sono quindi strettamente connesse nel definire il messaggio educativo che il mito della caverna intende trasmettere. L’allegoria rappresenta e descrive infatti il percorso intellettuale che l’uomo può decidere di intraprendere per conoscere la verità e il mondo reale. Si tratta innanzitutto di un percorso di liberazione dalle catene e dalle ombre, quindi da una realtà illusoria; una volta liberato piano piano l’uomo può cominciare ad acquisire conoscenza, partendo dalla visione degli oggetti proiettati dalle ombre. Fuori dalla caverna l’uomo arriverà infine a osservare correttamente gli oggetti illuminati dal Sole, metafora del Bene e della verità a cui l’uomo dovrebbe aspirare. La condizione dell’uomo che si libera dalle catene e riesce a mettere a fuoco gli oggetti illuminati dal Sole è quella del filosofo, ovvero colui che gradualmente riuscirà a conoscere l’idea di Bene e il mondo delle idee eterne e immutabili. Il filosofo però è anche colui che è tenuto a tornare nella caverna per cercare di svelare la verità riguardo all’illusione delle ombre e, in generale, di educare i propri compagni anche con la consapevolezza di andare incontro alla morte.

La grandezza di questo mito risiede soprattutto nella sua capacità di porci numerose domande ancora di grande attualità, in particolare per quanto riguarda l’origine della conoscenza e la natura della stessa realtà. Siamo davvero sicuri di capire cosa è davvero reale o cosa non lo è? È meglio rimanere attaccati alle proprie illusioni rassicuranti e alle proprie abitudini oppure sforzarsi per inseguire e conoscere la verità qualora ci venga indicata? Avremmo il coraggio di uscire dalla grotta?

Può essere interessante tuttavia riflettere anche su un’altra suggestione che il mito può fornirci. Chi possono rappresentare i burattinai, ovvero coloro che secondo il racconto allegorico sono gli artefici delle ombre, e quindi della realtà illusoria in cui credono i prigionieri? Forse un qualsiasi sistema o potere coercitivo che in qualunque epoca storica ha determinato quale realtà e quali valori una società deve seguire? Restando invece più vicini alla realtà e al contesto storico di Platone, perché non vedere nei burattinai i grandi poeti dell’antichità come Esiodo e Omero? Questa interpretazione è interessante perché si collega ad altre considerazioni espresse da Platone sempre nella Repubblica, in particolare riguardo alla sua teoria dell’arte: l’oggetto artistico in quanto fenomeno dell’immaginazione consisterebbe infatti in una semplice imitazione delle cose sensibili, una copia della copia. Platone vede soprattutto nelle opere dei poeti tradizionali una manipolazione degli oggetti sensibili secondo una precisa narrazione capace di incantare gli uomini e di allontanarli ancora di più dal mondo delle idee. Per questo motivo la loro lettura non dovrebbe far parte del percorso di formazione dei giovani, o almeno non avere una funzione educativa primaria, che dovrebbe spettare invece a discipline come la filosofia e la matematica. La tesi di Platone risulta ancora più forte ed estrema se si pensa al fatto che i poemi omerici erano uno strumento fondamentale per l’educazione culturale e spirituale degli uomini: un’enciclopedia tribale, secondo la felice definizione dello studioso E.A. Havelock, di cui i giovani imparavano i versi a memoria e da cui traevano insegnamenti e valori.

Questo non significa tuttavia che Platone neghi la poesia e in generale altre forme artistiche. Dopo tutto anche il mito della caverna è un racconto, ma è capace tuttavia di guidare il lettore nella comprensione di concetti filosofici: non diletta e non distrae l’uomo, ma cerca di esprimere qualcosa che si avvicina al mondo delle idee e che quindi lo aiuta ad elevarsi intellettualmente. La poesia e il mito devono essere filosofici, con una precisa finalità educativa: non devono quindi generare ombre con il rischio di incatenare gli uomini in una realtà di illusioni e menzogne.

Viene da chiedersi infine che cosa avrebbe pensato Platone di un’espressione, e soprattutto di una riproduzione artistica come il cinema, e se avrebbe salvato alcune forme più educative di prodotto cinematografico come può essere lo stesso cortometraggio di Orson Welles.