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10.07.2019

Che cosa sognano gli algoritmi

Di Dominique Cardon

 

La funzione tradizionale della scienza statistica, che permetteva predizioni sulla base della possibilità di incasellare i comportamenti umani all’interno di categorie generali, viene meno con l’individualizzazione dei modi di vita e il moltiplicarsi delle opportunità sociali.

Questo mutato scenario impone una trasformazione sia nella scelta dei dati da prendere in considerazione, sia nei metodi di calcolo: gli algoritmi digitali non hanno più come oggetto le variabili stabili, ma la misurazione di segnali, tracce, performance di cui cercare correlazioni senza il ricorso a un modello esplicativo.

Il moltiplicarsi delle pratiche, lo sviluppo del consumo di oggetti di svago, la diversificazione delle scale di giudizio, le variabili d’intensità e di accumulo delle pratiche hanno reso molto più complessa – e meno leggibile – la distribuzione delle scelte culturali. Questa non è scomparsa, ma, per osservarla, ormai bisogna mettere in moto analisi molto più sofisticate ed entrare profondamente nelle traiettorie delle attività degli individui. Certi sistemi classificatori che erano diventati categorie comuni di percezione del mondo sociale non funzionano più come strumenti di lettura condivisi da tutti.

Tratto da Che cosa sognano gli algoritmi. Le nostre vite al tempo dei big data

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