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01.09.2021

La crisi di Governo: natura e conseguenze politiche

 

 

  1. LA FORMA DI GOVERNO PARLAMENTARE

         Capita quasi tutti i giorni (ascoltando un telegiornale o leggendo un quotidiano) di sentire parlare di Governo, Parlamento, del rapporto fra i due e della c.d. maggioranza di governo. In effetti, la “macchina” giuridica e politica italiana coincide con l’attività legislativa del Parlamento ed esecutiva del Governo. Ma cosa accade se inizia a sgretolarsi il rapporto di “collaborazione” fra questi due organi?

Per giungere ad una risposta che sia semplice, ma allo stesso tempo completa, è necessario soffermarsi sul concetto di forma di governo, inteso come l’insieme dei modi in cui il potere è distribuito fra gli organi dello Stato e i rapporti che si instaurano fra questi. L’Assemblea costituente, dopo il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, ha dovuto individuare quale potesse essere la forma di governo più idonea alla neonata Repubblica italiana. Si è trovata a scegliere principalmente fra la forma di governo presidenziale (tipica degli Stati Uniti d’America) e quella parlamentare. In particolare, la prima rispetto alla seconda, si caratterizza per la coesistenza di due organi fondamentali, entrambi eletti dal popolo: a) il Presidente, che esercita la funzione esecutiva e quella di indirizzo politico; b) le assemblee elettive, che svolgono la funzione legislativa. I due organi sono autonomi, indipendenti e non legati da alcun vincolo formale; ovviamente il ruolo di iniziativa legislativa dell’ufficio presidenziale è più incisivo se i suoi indirizzi trovano seguito nelle scelte legislative del Parlamento. Quanto allo scenario italiano, in sede di Assemblea costituente si preferì non aderire a tale impostazione, anche per il timore che tale forma di governo potesse facilmente degenerare in una dittatura.

La forma di governo italiana è ispirata ai caratteri tipici dei Governi parlamentari, caratterizzata da: a) il Parlamento (Camera dei deputati e Senato della Repubblica) è eletto dal Popolo a suffragio universale e svolge la funzione legislativa – art. 70 Cost.; b) il Governo, nominato dal Presidente della Repubblica e titolare della funzione di indirizzo politico e del potere esecutivo, esercitato sotto la responsabilità del Presidente del Consiglio dei Ministri; c) un rapporto di fiducia continuativo fra Parlamento e Governo.

Avendo ben a mente questi tre elementi cardini del sistema politico italiano, si prosegue con l’analisi sommaria dell’iter di formazione del Governo.

 

 

  1. ITER DI FORMAZIONE DEL GOVERNO

Avendo la Costituzione regolamentato in modo molto scarno i passaggi della formazione del Governo, nel corso della storia repubblicana sono intervenute una serie di consuetudini costituzionali che hanno integrato il testo costituzionale. In particolare, gli articoli 92-96 Cost. stabiliscono:

  1. a) Il Presidente della Repubblica avvia le consultazioni, ovverosia le audizioni con i Presidenti delle Camere, degli ex presidenti della Repubblica e degli esponenti dei gruppi parlamentari al fine di raccogliere i loro pareri a riguardo (questa procedura si è affermata a partire dalla presidenza di Sandro Pertini);
  2. b) Terminate le consultazioni, il Presidente della Repubblica conferisce un mandato esplorativo (solitamente al presidente della Camera o a quello del Senato), oppure un preincarico allo scopo di verificare le reali possibilità di formare un governo;
  3. c) L’incaricato verifica se esistono le reali condizioni per formare un governo: in caso affermativo, accetta l’incarico; in caso negativo, rinuncia all’incarico. Dopo aver nominato il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Capo dello Stato procede con la nomina dei Ministri proposti dal primo. Quando le elezioni politiche non consegnano una maggioranza certa e stabile (come invece è avvenuto nel 1996, 2001, 2006, 2008, 2013) è ovviamente più difficile individuare una personalità che catalizzi su di sé un consenso parlamentare trasversale.
  4. d) Il nuovo Governo entro i dieci giorni successivi si deve presentare alle Camere per ricevere la fiducia.

Il rapporto di fiducia che deve sussistere fra Governo e Parlamento rappresenta l’elemento chiave della formazione e della vita politica dell’esecutivo; diversamente dal modello direttoriale svizzero, che prevede la necessità per il Direttorio di ottenere la fiducia nel momento iniziale di formazione del governo, il modello italiano impone al Governo di conservare in modo continuativo il rapporto di fiducia con il Parlamento per tutta la durata del suo mandato.

A questo punto occorre chiedersi che cosa sia in concreto questo rapporto di fiducia e quali siano i mezzi per “ufficializzare” il venir meno di questo legame. Da un punto di vista informale, ma al contempo chiaro nel significato, si potrebbe dire che genericamente il Governo perde la fiducia del Parlamento quando “non ha più la maggioranza in Parlamento”, cioè quando la compagine governativa non è più sostenuta da almeno la maggioranza dei parlamentari. Tale situazione genera non pochi problemi in termini di tenuta del sistema e di stasi del corretto e naturale evolversi della dialettica politica.

  1. CRISI DI GOVERNO

Come detto, il potere esecutivo è operativo fino a quando perdura la fiducia del Parlamento, a meno che non decida comunque di dimettersi se emerge in modo chiaro che la stessa sia venuta meno. Dal momento in cui il Governo perde la fiducia parlamentare, si apre la c.d. crisi di governo.   Facendo il punto sui percorsi che conducono ad una crisi di governo è necessario segnalare due macro-categorie:

  1. a) crisi di governo parlamentare, quando il Parlamento addiviene ad una formale sfiducia del Governo, con la mozione iniziale di sfiducia (in questo caso il Governo non diventa mai operativo), una mozione di sfiducia (presentata da almeno un decimo dei componenti della Camera, deve essere motivata e votata per appello nominale almeno tre giorni dopo la presentazione) o con un voto contrario ad una questione di fiducia, strumento spesso utilizzato (e anche abusato) non disciplinato dalla Costituzione, nel caso in cui il Governo pone la fiducia su un disegno di legge che ritiene strategico per la propria politica di governo o per mettere alla prova e ricomporre la maggioranza di governo. Diversamente da quanto si potrebbe pensare, nel corso della storia repubblica, la crisi parlamentare si è verificata in rarissime occasioni (si pensi al Governo Prodi nel 1998 e nel 2006).
  2. b) crisi di governo extraparlamentare, quando il Governo si dimette pur in assenza di un formale atto di sfiducia, nel caso in cui sia venuto meno quel rapporto di collaborazione e di cogestione con il Parlamento. Ad esempio, l’ultima crisi di governo del gennaio scorso (Governo Conte bis) non si è aperta con una formale crisi di governo e con l’utilizzo degli strumenti previsti sub a) ma con le dimissioni di due ministre appartenenti ad una forza politica di maggioranza, segno esteriore del fatto che il Governo Conte non poteva contare sulla maggioranza parlamentare.

Da ultimo, quanto agli effetti immediati della crisi di governo è opportuno segnalare che il Presidente della Repubblica ha il compito di individuare una nuova personalità capace di raccogliere la fiducia delle Camere. Solo qualora questo percorso risulti essere impraticabile, può sciogliere il Parlamento ed indire nuove elezioni; sempre riferendosi a temi di calda attualità, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dopo le dimissioni di Giuseppe Conte ha incaricato Mario Draghi, che ha formato il governo attualmente in carica.